Paris Scooting Pulp, 1

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Vespa al Canal San Martin Parigi

[Oggi ho il piacere e l’onore di presentarvi la prima puntata del nostro "romanzo di appendice", storie di una Parigi italo-francese (o franco-italiana che dir si voglia) molto underground, molto sigarette e birra, molto Vespa, molto “en liberté”... ringrazio il nostro amico italiano a Parigi che chiameremo Cesare per questa prosa. A molto presto, Irene] 

Réné Leopardi. Che nome del cazzo.

Un Italiano “deuxième génération”, come li chiamano nei salotti buoni della Rive Gauche parigina. Un meteco, figlio di padre architetto di Novara (ma, nel caso di Réné, si sarebbe potuto tranquillamente dire: “figlio di padre ignoto”) e di una maestria di Nantes. Ritrovatisi a Parigi

 venticinque anni fa, non si sa sotto quale stella. E ora soli come due cani a contarsi le pulci in fetide “maisons à la campagne” nei rispettivi paesi d’origine.

Seduto su un paracarro alla Gare de Bercy, Réné Leopardi ammazzava così il tempo di un cupo pomeriggio parigino, tra una gomma americana ed una Gauloise blonde, in attesa del prezioso carico dall’Italia. Traffici. I bastardi di seconda generazione come lui non avevano altro modo per sopravvivere tra i rumori incessanti e le luci ammalianti, ma spietate, della ville lumière.

Per portare fino a Parigi questo carico di provenienza dal porto di Genova, Réné Leopardi aveva percorso sotto un sole cocente e zanzare fameliche i 200 chilometri che separano la città di Renzo Piano da quella che diede i natali, più di due secoli fa, a Giuseppe Garibaldi. Nizza. Perla del Mediterraneo, meta da secoli di un turismo danaroso e nonchalant. Venduta dal solito re italico con le palle mosce ad un imperatore da operetta autoproclamatosi tale, imbevuto della “grandeur” francese, ma incapace di resistere all’odore inebriante delle femmine italiane nei cessi di una stazione ferroviaria. Traffici. Gli Italiani in Francia sopravvivono solo grazie ai loro traffici. In barba all’orgoglio nazionale, alla patria, alla bandiera, e a volte alla loro stessa dignità.

PING-PONG. “Nous informons la gentile clientèle que l’Auto-train en provenance de Nice Ville va rentrer en gare voie B”. Finalmente. Réné scaglia con un gesto plateale il suo mozzicone di sigaretta fumata a metà tra i binari della voie B e si lancia con passo agile e sicuro verso il répère V del quai B. Ovviamente all’interno della Gare de Bercy è vietato fumare. Ma Réné a questi divieti non fa più attenzione da un pezzo. “Interdit d’interdire”, dicevano i giovani Francesi che nel maggio 1968 occuparono la Sorbona, prima dell’inevitabile sgombero dei CRS del Generale De Grulle. Fanculo il 68’. Fanculo i celerini. E fanculo anche De Gaulle, pensava tra sé e sé Réné Leopardi.

La sua merce era lì, esattamente dove l’aveva nascosta 2 giorni prima a Nizza, ben riparata tra una Twingo ed una vecchia BMW. Le cromature di quella vespa TS-125 blu, anno 1976, risplendevano al sole diafano del gennaio parigino come gli occhi di un bambino a cui viene regalato il suo primo pallone.

Le strade di Parigi quella domenica erano relativamente sgombere. Probabilmente anche grazie all’impeccabile servizio di metropolitane, ai suoi ordinatissimi corridoi per autobus, abbastanza larghi da permettere ad un autobus di superare un ciclista o ad un tassista di superare un autobus senza invadere la corsia dedicata a ogni altro veicolo non autorizzato. Ma a Réné, in quel preciso istante, di questa storia delle corsie preferenziali, dei divieti di sosta, dei sensi unici alternati e delle zone riservate ai residenti gliene importava poco. Aveva la sua vespa.

 

La legge Francese sull’importazione di veicoli prodotti fuori Francia era guardacaso di quelle che non ti spingono certo ad importare vespe dall’Italia. Obbligo di dichiarare il veicolo entro 30 giorni dall’arrivo sul suolo francese. Obbligo di ritargarlo entro 90 giorni e, beninteso, nel frattempo era necessario rifare la carte grise ed assicurare il mezzo. Per l’osservatore disattento e non perseverante, questa serie di norme e divieti poteva quindi sembrare la solita trappola dei Francesi, burocratici e polizieschi. Il solito “protectionnisme deguisé”, tanto caro a tutti i presidenti di destra francesi. Ma per Réné questa serie di cavilli e norme tecniche non erano che buon senso comune, rispetto per il veicolo; insomma, uno Stato che controlla e che funziona. Soprattutto, queste regole significavano grano. Tanto grano. Per lui, povero bastardo meteco figlio di migrante infelice.

A Parigi è impossibile trovare un carburatore per una TS-125 del 1976. Appunto perché le norme all’importazione di veicoli sono sufficientemente dissuasive da scoraggiare qualunque giovane meccanico di buona volontà, abitante della periferia sud di Parigi, dall’organizzare un commercio di pezzi di ricambio per vespe d’epoca. A questo si aggiunge il fatto che l’industria italiana che produce questi mitici bolidi a due ruote dissuade fortemente questo genere di commercio di accessori, cercando di vendere al Francese credulone medio sempre l’ultima serie dei loro cavalli da corsa. Ovviamente a prezzi crescenti. Il Francese medio è a tal punto credulone che ha eletto moto dell’anno la figlia illegittima della splendida vespa TS-125 del 1976, un veicolo con 3 ruote su cui puoi caricare 2 bauletti porta casco, un parabrezza rinforzato, manopole e copertina in pelo della Tucano, luci led, bandierine italiane e pure la musica. Non “O’Sole mio”, grazie a Dio (dai ruggenti anni 50’, quando un manipolo di muratori e carpentieri Italiani originari dell’Appennino Tosco-emiliano e degli Abruzzi si è installato nella periferia est di Parigi, con mogli al seguito, anche il migrante medio Italiano non è più quello di una volta). “C’est tellement plus sûr”, ti dicono i melliflui venditori d’Oltralpe. OK. Ma ha pure tre ruote, e quindi 3 freni a disco, 3 pneumatici, 3 serie di pastiglie diverse,… – rimuginava tra sé e sé, sghignazzando, Réné Leopardi.

 

Réné sfreccia sicuro sulla sua vespa Blu del 1976. Che mezzo!! Nudo. Anzi: nuda. Come una bella donna. Solo un gigantesco fanale in acciaio cromato, un bel sellino originale – per due persone -, un portaguanti talmente piccolo che per farci stare un bloccasterzo Réné aveva dovuto inventarsene uno (aveva comprato un cavo in acciaio ricoperto da una sottile guaina di plastica gommosa, che di solito serve per chiudere i cancelli o gli accessi sottocoperta nelle barche a vela da diporto, e ne aveva fatto una sorta di “collana” per il prezioso collo della sua nuova fiamma).

Sfreccia sorridente in direzione del Canal Saint Martin. Inizia a nevicare. Succede spesso a Parigi, soprattutto a gennaio. Chissenefrega, pensava Réné. Si sentiva padrone del mondo sulla sua vespa. Il telaio, per di più, era originale ed intoccato. Lo sentiva in ogni curva. La vespa rispondeva sotto la leggera pressione del suo interno coscia come una puledra da dressage durante una breve camminata distensiva nei boschi. Nessun trattamento antighiaccio alle gomme, macché gomme chiodate! Nuda!! Come mamma l’aveva fatta. La sua vespa era un vero gioiello.

Cavalcano insieme verso il Bassin de la Villette. Il viso di Réné sembra la maschera di un serial killer. Ha un ghigno satanico piantato in mezzo alle due orecchie, e non puo’ toglierselo. Nanni Moretti. Sta pensando a Nanni Moretti. Un individuo che a lui, Réné Leopardi, figlio di un migrante e di una maestrina di Nantes, stava in effetti profondamente sulle palle. Un intellettuale egocentrico, pieno di sé, che pensa solo al suo ombelico e alle poche cose che vi girano attorno. Tuttavia, sotto altri punti di vista, Moretti era un genio. Primo Italiano a vincere il Festival di Cannes dopo decenni, con un film chiamato “Caro Diario”, sono ormai anni –pensa il Leopardi- che Moretti si fa beffe dei Francesi, i quali divorano con l’ingordigia di un Gargantuà da vaudeville i coiti interrotti del maestro. Non è l’unico, peraltro, a sbeffeggiare i Francesi. C’è anche Woody Allen. Solo che Woody Allen lo fa con la necessario auto-ironia di ogni figlio di “une mère juive” che cerca di sopravvivere.

Réné è arrivato. Cerca un cartello segnaletico e vi accosta la sua vespa blu. Sfila la collana gommosa dal sinuoso manubrio della sua TS-125 del 1976 e la assicura con due giri di lucchetto a quel paletto nero. “Forse i Francesi hanno ragione”, rimugina tra sé il Leopardi, in uno stato di eccitazione quasi infantile. “Nanni, benché abbia un nomignolo ridicolo, segno distintivo del provincialismo Italico, è VERAMENTE un genio”. Giovanni Moretti. Da quel momento in poi per Réné il buon Nanni dei girotondi sarebbe diventato il maestro Giovanni Moretti, autore di “Caro Diario”, primo premio a Cannes nel 1991, già presidente della giuria del festival del cinema francese. Giovanni Moretti direttore del festival di Torino, proprietario della casa di produzione Sacher Films, inventore del festival del cinema di Roma. Giovanni Moretti. Proprietario di una meravigliosa vespa TS-125, del 1974. Blu. Come quella che Réné aveva appena parcheggiato accanto al suo rifugio di Montmartre. Grazie, Giovanni. “Quel gioiellino attaccato a quel palo, grazie a te, vale almeno 6000 Euro (dodici milioni delle vecchie lire), e questo lo devo solo a te”. Réné Leopardi, il meteco, il bastardo, era lui il re di Parigi. E chiamatelo cosi’: Maestro.

Cesare P. 

[Foto: Cesare P.]

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Posted on by Redazione Parigi

2 Responses to Paris Scooting Pulp, 1

  1. Pingback: A pié di Parigi, un romanzo di Stefano Rossi

  2. Gaspare

    Mi piace come scrivi, mi vedrai ancora qui a leggere altri post

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