Conoscete la triste storia di Edith?

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[ A 50 anni dalla scomparsa della mitica “chanteuse réaliste”, Tonio ci racconta la storia di questo mitico personaggio parigino. Buona lettura e se anche voi come Tonio avete delle storie da raccontare, scrivete a redazione@italianiaparigi.it ]

 

 

edith piaf

 

 

Il suo nome brillerà per sempre nel cielo. Un’astronoma russa l’ha persino scolpito idealmente su di un asteroide da lei scoperto, come segno di personale ammirazione ed ulteriore contributo alla sua già eterna notorietà, eppure Edith Piaf, come qualsiasi altro comune mortale, nel corso della sua non lunga esistenza terrena avrebbe commesso più di qualche errore.

Quel nome di battesimo che le era stato dato sarebbe servito, per la verità, a custodire un enorme valore intrinseco, onorando Edith Cavell, l’eroica infermiera inglese fucilata dai tedeschi per aver aiutato a fuggire dalla prigionia diversi soldati francesi e suoi connazionali, durante lo svolgersi cupo della prima guerra mondiale.

Unica consolazione sulla vicenda, se di consolazione si può parlare, è che furono davvero tante in quel periodo le mamme francesi che, commosse dall’accaduto, decisero di chiamare Edith le proprie figliole.

Per pura coincidenza, nell’esemplare storia della Cavell non si è rilevata una cifra ufficiale di prigionieri tratti in salvo. La cosa importante è però che  “X vite umane”, in quel dannatissimo momento storico, siano state concretamente strappate dalle grinfie dei criminali nazisti.

Riguardo ad un’ analoga vicenda, accaduta alla celebre cantante scomparsa durante la 2a Guerra Mondiale ( stando almeno alla recentissima biografia del giornalista-scrittore parigino Robert Belleret ), non potremmo decisamente convincerci della stessa cosa.

Per difendersi da pesanti e ragionevoli accuse di collaborazionismo avanzate da alcuni suoi connazionali, alla fine della seconda grande guerra, la chanteuse réaliste dichiarò di aver aiutato a fuggire, nel corso di alcune tournèe in Germania, prima 118, poi 147 ed infine più di 200 prigionieri francesi, procurando ad ognuno di loro falsi documenti d’identità.

Belleret, insieme ad altri giornalisti e studiosi, per questo episodio, si dicono invece certi che quei dati numerici a 3 cifre, apparentemente precisi e dettagliati, non porterebbero in realtà ad alcun concreto riscontro.

Sembrerebbe addirittura che l’ex Mome Piaf, intorno al 1942, avesse trasferito la propria residenza parigina nei pressi del quartier generale della Gestapo per una questione di stretta vicinanza con gli amici germanici.

Ed ecco che a seguito di un accurato spulciamento di ben 110 lettere ( e noi di “Italiani a Parigi” vi rassicuriamo che almeno qui la cifra è veritiera ) scritte dalla famosa cantante francese,  il nostro Belleret ci rivela che nelle esibizioni dell’epoca il “passerotto” trascorreva l’intera notte brindando tra le coppe di champagne dei convenuti, per concludere poi spesse volte ubriaca nel postribolo. Tutto ciò per la gioia degli amici ufficiali del Fuhrer di alcuni suoi celebri compagni collaborazionisti.

Sarà sufficiente questo per farci cambiare opinione guardando, d’ora in poi, l’interprete de ”La vie en rose” sotto una prospettiva, tutt’altro che rosa ?

Dipenderà sicuramente da ognuno di noi.

Si potrebbe optare per una scelta magari un po’ controversa, provando a considerare l’elemento“bordello” anzichè grave elemento di imputazione, una sorta di dissuasione, di discriminante postuma nei confronti di Edith Piaf .

Nulla togliendo alla gravità ed alle negative conseguenze a cui possono indurre certi discutibili comportamenti dell’essere umano, al 50° anniversario della sua scomparsa, basterebbero  sentimento cristiano, comprensione e compassione a farci riflettere su come Edith, anche a causa del suo torbido passato, dovesse aver sviluppato per forza di cose, in maniera quasi naturale, una certa familiarità con le “case chiuse” dell’epoca.

Dalla sua biografia apprendiamo che, notoriamente trascurata dalla madre cantante di strada e dalla nonna materna, la piccola Edith viene infine affidata, come scelta estrema, dal padre Louis alla nonna paterna in Normandia, tenutaria di una casa guardacaso “di tolleranza”.

Il contenuto intenso, poi, del film “La Mome” di Olivier Dahan, interpretato da Marion Cotillard e proiettato nelle sale cinematografiche italiane con il titolo “La vie en rose” potrebbe esserci di grande aiuto in questo percorso di interpretazione alternativa:

E’ qui che la piccola crescerà tra le coccole e l’affetto delle “ragazze ospitanti” del bordello in Normandia, tra cui la tenerissima Titine, da cui verrà nuovamente strappata dal padre, tra mille lacrime, dopo il rientro dal fronte, per  farle produrre qualche spicciolo attraverso il mondo del circo e degli spettacoli di strada.

In un quadro d’insieme conclusivo, la chiave di ogni cosa potrebbe essere proprio questo personaggio femminile, frutto della fantasia geniale del regista cinematografico.

Titine rappresenterebbe idealmente quell’anello di congiunzione tra fantasia e realtà della nostra misera vita, ma  soprattutto quel tratto di unione tra quanto di noi stessi è sordido, squallido o morboso e quel pezzo di umanità pronto sempre ad accoglierci, perdonarci, ed all’accorrenza salvarci, con l’aiuto magari di una preghiera anonima.

 

Tonio Scanderebech

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Posted on by Redazione Parigi in Arte e Spettacolo, Cinema, Cultura, Curiosità

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